Attacchi di panico: sintomi, tipologie, cause e cure

Attacchi di panico: sintomi, tipologie, cause e cure

iArticolo revisionato dalla nostra redazione clinica

pubblicato il 26.03.2025

INDICE

Le origini della parola panico: il Dio Pan e il suo urlo spaventoso

La parola “panico” deve la sua origine alla divinità greca Pan, protettore dei pastori e dio dei boschi e dei corsi d’acqua. Quando disturbato durante il sonno in una zona riparata del bosco o in una caverna vicino alla strada, questo spirito apparentemente benigno si diceva emettesse un urlo così forte e terrificante che molti passanti venivano spaventati a morte.

L’attacco di panico, in effetti, può davvero spaventarci a morte: è una reazione d’ansia imprevedibile, intensa ed acuta. L’attacco viene descritto frequentemente, attraverso sintomi fisici che somigliano a quelli di una crisi cardiaca. Proprio per questo motivo, molte persone, convinte di esser colte da un infarto, cercano aiuto andando al pronto soccorso.

Prevalenza ed età media d’esordio

La prevalenza degli Attacchi di Panico (AP) nella popolazione generale è piuttosto elevata, variando, nei diversi studi, dall’1.8% al 12%. Solitamente primi attacchi di panico si verificano tra i 22 e i 23 e le donne sono più vulnerabili: hanno un rischio doppio di sviluppare il disturbo di panico rispetto agli uomini. Anche le recidive (il ripresentarsi del disturbo) sono più comuni nelle donne.

Attacco di panico e disturbo di panico

Il DSM-5-TR, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, distingue tra il disturbo di panico e l’attacco di panico.

  •  Per una diagnosi di disturbo di panico gli attacchi devono essere ricorrenti e inaspettati. Con ricorrenti si intende che per la diagnosi deve verificarsi più di un attacco di panico. Il termine “inaspettati” invece fa riferimento al fatto che gli attacchi devono presentarsi senza un chiaro elemento scatenante, in altre parole, devono verificarsi di punto in bianco, come un fulmine a ciel sereno.
  • L’attacco di panico può essere considerato anche come “specificatore”: questo avviene quando gli attacchi di panico si verificano in presenza di altre diagnosi psicopatologiche.

Sintomi e durata dell’attacco di panico

L’attacco, tipicamente, dura dai 5 ai 20 minuti, anche se questo tempo, a chi lo vive in prima persona, può sembrare molto più esteso.

L’attacco di panico è quasi sempre caratterizzato oltre che da sintomi fisici, anche da sintomi psichici.

I sintomi fisici sono causati dall’attivazione del Sistema Nervoso Autonomo (SNA) Simpatico, e comprendono:

  • tensione
  • sudorazione ai palmi delle mani
  • la sensazione di farfalle nello stomaco o di una benda stretta attorno alla testa
  • lo stimolo continuo a urinare o a defecare
  • difficoltà nella respirazione
  • senso di soffocamento
  • dolore toracico
  • tremori e formicolii.

Oltre a questi sintomi possono presentarsi anche acufeni, fitte di dolore muscolare, scotomi (distorsioni visive come macchie nere, colorate o scintillanti che compaiono nel campo visivo).

I sintomi psichici che complicano ulteriormente l’attacco di panico, amplificando i sintomi fisici e creando un circolo vizioso che alimenta la paura sono:

  • intensa paura e angoscia
  • timore di perdere il controllo, di impazzire o morire
  • depersonalizzazione e derealizzazione (il sentimento di essere disconnessi dal proprio corpo o dalla realtà esterna).

I sintomi non sono uguali per tutti e le combinazioni variano da persona a persona: possiamo sperimentare principalmente sintomi di panico pseudo-neurologici (vertigini e sensazione di svenimento), sintomi cardiovascolari (dolori al petto e tachicardia) o respiratori (sensazione di soffocamento e fame d’aria).

Tipologie di attacchi di panico

Gli attacchi di panico possono essere di tipo situazionale e presentarsi in situazioni specifiche che rappresentano per noi una fonte d’ansia, oppure di tipo spontaneo-inaspettato, quando non c’è alcuna situazione che rappresenta per noi motivo d’ansia.

Nel secondo caso l’attacco di panico sembra “venire dal nulla“, senza apparenti fattor scatenanti esterni o interni.

Gli attacchi possono essere completi (quando si presentano almeno quattro sintomi) o paucisintomatici (quando si verificano meno di quattro sintomi) e possono verificarsi sia di giorno che di notte. Esiste infatti un particolare tipo di attacco di panico chiamato “attacco di panico notturno”, che si verifica quando ci svegliamo improvvisamente dal sonno con i sintomi dell’attacco di panico.

La confusione dopo l’attacco di panico: la fase post-critica

Dopo la fase acuta e iniziale di panico spesso c’è una fase “post-critica”: ci sentiamo confusi e stanchi, privi di energie, lamentiamo un senso di sbandamento, nausea, vertigini e può presentarsi nuovamente una sensazione di distacco dal nostro corpo o dalla realtà esterna.

La paura della paura: ansia anticipatoria ed evitamento

Dopo i primi attacchi di panico è possibile sperimentare una forma d’ansia chiamata “ansia anticipatoria” o anche “paura della paura”.

Gli attacchi di panico, infatti, sono ricorrenti e possono presentarsi anche più volte in pochi giorni. Per questo motivo possiamo sviluppare una forma secondaria di ansia anticipatoria, preoccupandoci costantemente di quando e dove avverrà il prossimo attacco. Questo timore ci porta ad evitare particolari situazioni e/o luoghi dove pensiamo sia più probabile che si verifichi un altro attacco e situazioni e/o luoghi nei quali può risultare difficile o imbarazzante allontanarsi rapidamente o essere aiutati in caso insorgesse un attacco di panico.

Proprio per questo motivo possiamo arrivare ad evitare di uscire da soli, di frequentare posti affollati o aperti, di viaggiare in macchina o sui mezzi pubblici.

Le cause dell’attacco di panico: un’interpretazione catastrofica dei segnali corporei

Secondo la “teoria del falso allarme” di Klein gli attacchi di panico si verificano quando il sistema di allarme di soffocamento viene attivato erroneamente. Il soffocamento è uno stimolo fortemente ansiogeno sia nell’uomo che nell’animale e chi soffre di attacchi di panico è molto più sensibile alla stimolazione respiratoria rispetto a chi non soffre di questo disturbo. È stato dimostrato infatti che chi soffre di attacchi di panico, dopo aver inalato una miscela d’ossigeno al 95% e di CO2 al 5% (con una tecnica chiamata rebreathing), sperimenta un attacco con molta più probabilità di chi non soffre di questo disturbo. L’anidride carbonica, infatti, è una sostanza che, se presente in elevate concentrazioni, può causare difficoltà di respirazione. Queste difficoltà, nelle persone particolarmente vulnerabili, possono scatenare più facilmente un attacco di panico.

Per Clark, gli attacchi di panico sono la conseguenza di interpretazioni errate e catastrofiche di sensazioni corporee innocue, come, ad esempio, l’aumento della frequenza respiratoria o cardiaca. Secondo Clark, inizialmente l’attacco di panico può verificarsi in modo del tutto casuale. Focalizziamo la nostra attenzione su sensazioni fisiche spiacevoli (come, ad esempio, un dolore o un fastidio al petto).

A provocare il circolo vizioso del panico non è il sintomo in sé, ma l’interpretazione che diamo al sintomo stesso. Dal sintomo fisico nascono i nostri pensieri “catastrofici”, iniziamo interpretare dei sintomi fisici innocui come segno di pericolo per la nostra incolumità: il cuore che batte forte come sintomo di infarto, la sensazione di sentirci distaccati da noi stessi come il segno che stiamo impazzendo o perdendo il controllo di noi stessi. Questo stato di preoccupazione per i sintomi da vita al circolo vizioso del panico: in poche parole, i nostri pensieri catastrofici non faranno altro che alimentare i sintomi fisici, che, a loro volta, alimenteranno lo stato di preoccupazione.

Sostanze come il sodio lattato, la caffeina, l’isoproterenolo, la yohimbina, e la colecistochinina attivano il nostro SNA simpatico, producendo i sintomi fisici tipici dell’attacco di panico, come ad esempio tachicardia e sudorazione. L’assunzione di queste sostanze scatena un attacco di panico molto più facilmente in persone che soffrono di questo disturbo, proprio perché chi ne soffre è ha un focus attentivo orientato al corpo, ossia un’attenzione selettiva e un’ipersensibilità alle sensazioni corporee e le loro modificazioni e pensieri catastrofizzanti associati a queste modificazioni.

Sulla stessa linea troviamo gli studi delle scienze cognitive e comportamentali: come riportato da Pavlov, uno stimolo neutro (innocuo) può diventare uno stimolo condizionato (che scatena una reazione di paura o panico) attraverso l’apprendimento. Così, nel disturbo di panico stimoli di per sé innocui vengono erroneamente interpretati come segnali di pericolo.

E anche per il DSM 5 TR, persone che soffrono di attacchi di panico mostrano un’ipersensibilità agli stimoli minacciosi.

Le radici del panico: una paura automatica, immediata e sproporzionata

Secondo De Masi (2004), la paura di origine traumatica è immagazzinata nella nostra memoria implicita (una memoria di cui non abbiamo consapevolezza) e può venire scatenata da stimoli collegati ad una situazione di pericolo che abbiamo vissuto in passato. Questo modello è in linea con le osservazioni di LeDoux (1996), che ha notato che memorie implicite e non consapevoli di esperienze di paura registrate a livello dell’amigdala lasciano impronte indelebili nel nostro cervello.

L’amigdala è la prima struttura cerebrale a essere attivata in presenza di uno stimolo minaccioso. Questa attivazione può essere completamente inconsapevole: rappresenta una risposta di difesa che il nostro cervello induce automaticamente per permetterci di sopravvivere alla minaccia, fuggendo o contrastandola. Il problema è che l’amigdala scatena questa difesa di paura troppo velocemente, prima ancora che il talamo abbia trasmesso informazioni sullo stimolo minaccioso alla corteccia, la parte del nostro cervello deputata al pensiero razionale e che regola e attenua le reazioni di paura.

Il risultato è che la reazione di paura immediata e irrazionale può essere del tutto sproporzionata se analizzata in relazione alla pericolosità dello stimolo che l’ha scatenata. Nel modello proposto da De Masi, l’ansia incontrollabile del disturbo di panico rimane all’interno dei circuiti cerebrali dell’amigdala, e non viene correttamente elaborata dalle forze della ragione nella corteccia. Non viene quindi fatta una distinzione tra pericoli immaginari, e pericoli reali.

Fattori predisponenti

Kagan e collaboratori (1988) hanno individuato una caratteristica temperamentale innata di alcuni bambini, “l’inibizione comportamentale a ciò che non è noto”: una tendenza ad essere facilmente spaventati da tutto ciò che è estraneo nell’ambiente. Per affrontare questa paura i bambini fanno affidamento sulla protezione dei genitori. Crescendo, però, imparano che i genitori non sono sempre a disposizione per proteggerli e rassicurali. Questa caratteristica temperamentale li rende particolarmente vulnerabili al panico.

I risultati di uno studio di Kossowsky e colleghi del 2013 indicano che i bambini con disturbo d’ansia di separazione hanno maggiori probabilità di sviluppare in seguito un disturbo di panico.

Anche uno stile di attaccamento insicuro-ansioso è associato al disturbo di panico: questo stile di attaccamento è caratterizzato da difficoltà a regolare la normale oscillazione tra separazione e attaccamento.

Chi soffre di attacchi di panico spesso è ipersensibile sia alla perdita dell’autonomia che alla perdita della protezione. Queste difficoltà costringono chi soffre di questo disturbo ad agire in uno spettro estremamente ristretto di comportamenti che tentano, allo stesso tempo, di evitare sia la separazione, che fa troppa paura, sia l’attaccamento, che è troppo intenso.

Gli eventi stressanti che possono precedere gli attacchi di panico

La maggior parte delle persone sperimenta eventi stressanti chiaramente identificabili nei mesi che precedono il primo attacco di panico, tra questi, i più comuni sono:

  • Cambiamenti nelle aspettative legate al ruolo lavorativo (avanzamenti di carriera, cambio di lavoro, licenziamento, passaggio dal mondo universitario al mondo lavorativo);
  • Eventi stressanti legati al benessere fisico (come esperienze negative con sostanze illecite, malattie)
  • Separazione dei genitori;
  • Perdita di figure significative: lutti veri e propri, ma anche interruzione di rapporti emotivamente significativi che causano una forma complicata di lutto.

Il vademecum del panico: cosa fare se una persona ha una crisi

Se sei vicino ad una persona che ha un attacco di panico la regola fondamentale da seguire è mantenere la calma: mostrarsi agitati o apprensivi non fa altro che alimentare i pensieri catastrofici di chi vive una crisi di panico, le emozioni sono molto più contagiose di quanto pensiamo!

Aiutala a respirare profondamente e lentamente: l’iperventilazione, ossia respirare in modo affannoso e superficiale, aumenta i sintomi del panico;

Aiutala a spostare il focus dell’attenzione su stimoli diversi: rimanere focalizzati sui sintomi non fa altro che alimentare il circolo vizioso del panico.

Curare gli attacchi di panico

La Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) è il golden standard per il trattamento degli attacchi di panico. La TCC include la psicoeducazione, l’auto-monitoraggio, l’esposizione agli stimoli ansiosi, la modifica dei meccanismi che mantengono il disturbo, la prevenzione delle ricadute e la riduzione dei sentimenti di vergogna legati allo stigma.

Secondo il modello Cognitivo-Comportamentale gli attacchi di panico sono scatenati da sensazioni somatiche o da processi mentali in sé innocui, ma che diventano, stimoli che scatenano una risposta d’ansia acuta. In particolare, il ruolo di stimolo iniziale è giocato da quelle sensazioni (come palpitazioni, senso di soffocamento, dolore toracico) che si prestano ad essere interpretate come segni d’imminente pericolo per la nostra salute fisica o psichica.

Il pericolo, è elaborato secondo schemi cognitivi distorti, e arriva ad assumere proporzioni catastrofiche ed è incentrato sulla paura di morire, di perdere il controllo. Si stabilisce quindi un circolo vizioso tra la percezione di sensazioni interne, la loro associazione con sensazioni di minaccia ed i pensieri catastrofici, che a loro volta portano ad ulteriori e più intensi sintomi ansiosi in una rapida escalation di gravità.

Il fine generale della TCC è quello di interrompere il circolo vizioso del panico, fornendo informazioni sui sintomi ed esperienze correttive.

Terapia farmacologica

Antidepressivi (SSRI e SNRI) e benzodiazepine sono i farmaci più utilizzati nel trattamento degli attacchi di panico. Ma, mentre le benzodiazepine hanno un effetto ansiolitico immediato, riducendo l’ansia nel giro di 20-30 minuti, gli antidepressivi hanno bisogno di due o tre settimane per avere degli effetti terapeutici e non danno alcun beneficio immediato dopo l’assunzione.

Quindi le benzodiazepine non sono efficaci nel trattamento a lungo termine del disturbo di panico, anche perché possono provocare assuefazione e dipendenza, mentre sono efficaci nel trattamento “acuto” dei sintomi ansiosi. Proprio per questo non dovrebbero essere prescritte per il trattamento del disturbo di panico.

Al contrario, gli antidepressivi, sia gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) che gli antidepressivi triciclici (TCA), sono efficaci nella cura a lungo termine del disturbo di panico e non nel trattamento acuto dei sintomi.

In nessun caso si può iniziare una terapia farmacologica senza una prescrizione medico-psichiatrica.

Rivolgersi ad un terapeuta, ed iniziare un percorso di psicoterapia, può fare la differenza, permettendoci di capire come l’attacco di panico sia legato ad una “rappresentazione di qualcosa”: quello che percepiamo come una vera catastrofe in realtà una nostra rappresentazione della realtà, non la realtà.

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2023) DSM-5-TR. Manuale diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – Quinta Edizione, Text Revision. Ed. Ital. della Text Revision a cura di G. Nicolò e E. Pompili. Ed. Ital. DSM-5 a cura di M. Biondi. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Martinotti G., Di Giannantonio M., Janiri L. (2019). Compendio di psicopatologia. Fila37, Roma
  • Lingiardi, V., & McWilliams, N. (2020). PDM-2. Manuale diagnostico psicodinamico. Raffaello Cortina Editore, Milano.

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